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da Corriere.it – un articolo di Roger Abravanel

LA SCUOLA DELLE INIQUITA’ L’emergenza educativa della scuola italiana è sotto gli occhi di tutti, ma pochi sembrano preoccuparsene. La scuola italiana è spaventosamente iniqua come testimoniano i test PISA che evidenziano un gap spaventoso tra Sud e Nord.

Le ricerche dell’OCSE sulle «competenze della vita» che si dovrebbero imparare a scuola (per esempio la capacità di comprendere e interpretare ciò che si legge sui giornali) dicono che solo il 20% degli italiani è al livello 3 (quello considerato accettabile in una società moderna) contro percentuali triple degli altri Paesi sviluppati. Senza tali competenze un Paese non progredisce e non nasce la coscienza civile.

Il dibattito degli ultimi mesi sulla scuola si è concentrato interamente sulle risorse e non su come migliorare il livello della qualità dell’insegnamento. Eppure cosa fare è abbastanza chiaro: basta osservare ciò che ha fatto l’Inghilterra negli ultimi 10 anni.

Le leve da utilizzare sono quattro. La prima è la possibilità di avere esami nazionali e test standard che possano misurare obbiettivamente gli apprendimenti degli studenti in modo da rendere trasparente e responsabile la qualità dell’insegnamento che è l’unica vera variabile che conta, come dimostrano alcuni studi quali «how the best schooling systems come on top» («come si spiega la eccellenza dei migliori sistemi educativi») della Mckinsey.

Ebbene noi siamo uno dei pochi Paesi sviluppati dove tali esami e test standard non esistono e la valutazione degli apprendimenti è lasciata unicamente alle scuole con criteri spaventosamente soggettivi (i PISA del Sud sono a livello dell’Uruguay e della Tailandia ma i voti degli insegnanti sono buoni, a livello di quelli del Nord).

L’Invalsi, la struttura che dovrebbe concepire questi test sta faticosamente tentando di uscire dal commissariamento.

Secondo, è essenziale la capacità di formare la maggioranza degli insegnanti sulla didattica, fornendo loro un feedback sulle loro esigenze di miglioramento e l’accesso «sul campo» ai colleghi migliori. Da noi questa possibilità praticamente non esiste anche perché molti insegnanti non accettano aiuti sulla qualità della loro didattica da altri insegnanti migliori di loro. L’organo preposto a tale fine, l’Anasa sta anche esso tentando di uscire anche esso dal commissariamento e di ristrutturarsi.

Terzo è necessaria una classe eccellente di ispettori che, in maniera indipendente, visitino le scuole periodicamente per rendersi conto della qualità e definiscano con i presidi i programmi di miglioramento e li controllino.

In Inghilterra ci sono 1500 «ispettori di Sua Maestà» e in Francia 3000 ispettori del Ministero. Da noi sono solo 300 e non possono più ispezionare ma intervenire solo nei casi più gravi soprattutto quelli di tipo disciplinare.

Quarto è essenziale rifondare la selezione degli insegnanti: in Finlandia e a Singapore dove ci sono le migliori scuole del mondo, gli insegnanti vengono scelti tra il 5% dei migliori laureati. Da noi passeranno 10 anni tra l’ultimo e il prossimo concorso che vedrà comunque una massiccia assunzione di «precari» e la creazione di uno spaventoso gap generazionale tra insegnanti.

In conseguenza di tutto ciò, il sano principio della «autonomia della scuola» è una chimera: un preside non ha alcun potere nei confronti degli insegnanti e nessuna responsabilità perché non si può valutare obiettivamente la qualità dell’insegnamento nella sua scuola. Comunque, i finanziamenti pubblici arrivano indipendentemente dai risultati. Recuperare terreno è possibile ma le riforme della istruzione pubblica sono le più difficili.

Le opposizioni sono enormi e di solito provengono in gran parte dai sindacati degli insegnanti che resistono a qualunque tentativo di misurazione obbiettiva della qualità dell’insegnamento e di inserimento di meccanismi di premi e punizioni.

Eppure alcune riforme hanno avuto successo, come per esempio quella di Tony Blair che aveva come obbiettivi del proprio governo «education, education, education». Blair è riuscito a vincere le enormi resistenze perché aveva l’appoggio dei cittadini inglesi, soprattutto dei genitori degli studenti, stanchi di vedere il declino della qualità del proprio sistema educativo.

In Europa la sensibilità dei cittadini sulla qualità della scuola sta crescendo: quando gli ultimi risultati PISA sono stati pubblicati sulla stampa, le mamme tedesche hanno iniziato a telefonare in Finlandia per capire le cause del gap con la Germania e il sito in francese dell’OCSE ha oscurato i mediocri risultati della Francia per timore di tensioni sociali.

Da noi invece questa coscienza civile è spaventosamente assente.

Manca all’appello proprio la maggioranza degli italiani, quelli delle fasce sociali meno privilegiate che perdono le opportunità che la scuola offre ai loro figli di avere un futuro migliore del loro e la mettono all’ultimo posto tra le priorità.

La preoccupazione principale è invece che i figli possano stare a scuola anche il pomeriggio e abbiano buoni voti, anche se questi ultimi non riflettono le reali capacità degli studenti. Quando l’attuale governo ha affrontato il problema degli sprechi della scuola, milioni di genitori hanno protestato contro il rischio di vedere sottrarre risorse con un danno alla «qualità».

Ma, purtroppo, questa qualità, come abbiamo visto, oggi non è misurabile obbiettivamente data l’assenza di sistemi moderni di valutazione degli apprendimenti degli studenti.

Nei Paesi come l’Inghilterra, che hanno affrontato seriamente le riforme dell’insegnamento, si è invece passati da una mentalità che dice «qui non funziona nulla, ma dateci le risorse e se abbiamo fortuna miglioreremo» a «le risorse arriveranno se ce le meritiamo, dimostrando che possiamo migliorare con misure obbiettive e trasparenti».

Pochi peraltro sanno che non riusciamo a spendere tre miliardi di euro della UE a nostra disposizione per migliorare l’insegnamento soprattutto al Sud.

Se gli italiani prenderanno coscienza dell’importanza di una scuola equa e di qualità, troveranno un potente alleato: una buona parte degli 800.000 insegnanti italiani che sono frustrati dalla mancanza di merito e dal declino della propria professione.

Allora forse la politica si muoverà con il coraggio e l’impegno necessario.

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