Lo stato di SALUTE dell’UNIVERSITÀ italiana: intervista al professor BIGNAMI

Autore: 
antonio.mazzitelli
Lo stato di SALUTE dell’UNIVERSITÀ italiana: intervista al professor BIGNAMI

L’università italiana è soggetta a mutamenti e critiche. Da una parte, da studenti, forse coinvolti, come i docenti, in una sorta di “conflitto di interesse”, non possiamo che mostrare la nostra delusione verso una politica che taglia risorse all’università. Questa è per noi il centro della nostra crescita formativa e personale, nonché il luogo dove coltiviamo ambizioni e speranze per il nostro futuro. E’ lo spazio dove, mediante sforzi e sacrifici costanti, ci procuriamo meriti coi quali pretendiamo di poter proseguire la nostra carriera universitaria e post a prescindere dalla nostra provenienza. Non possiamo tollerare che questa speranza venga spenta. Ma non sopportiamo che tale azione sia portata avanti da governi e tantomeno da ambienti (purtroppo anche quelli universitari!) che hanno mostrato di essere intrisi di nepotismo e nefandezze. Non è certo questa la norma, non può un intero sistema che ha prodotto negli anni educazione, cultura e ricerca reggersi su basi così deplorevoli. Tuttavia è, almeno di fronte alla opinione pubblica, compresa quella di noi studenti, una delle piaghe della nostra università. Serve allora, lo pensiamo da giovani studenti, anche una riflessione su se stessi da parte di docenti e rettori che sentiamo lagnarsi (giustamente) della carenza di risorse, senza tuttavia mettersi mai in discussione (discutibilmente). Non ci resta quindi che guardare, coi fondamenti che una scuola tecnica come il PoliMI ci insegna, alla efficienza ed efficacia di un sistema per valutarlo, nell’attesa che, forse il migliore antidoto, la valutazione, prenda il sopravvento!
Ci rivolgiamo pertanto ad esperti per comprendere meglio lo stato dell’Università italiana, anche con il desiderio di liberarci dai pregiudizi e dalle ideologie che ci vengono passate dai media. Intervistiamo (e ringraziamo ora!), per comprendere meglio, il Prof. Bignami, membro dell’accademia dei Lincei, past president dell’Agenzia Spaziale Italiana, canditato del PD alle scorse europee con un programma “dedicato” all’università ed alla ricerca che potete visionare qui www.giovannibignami.it. Nel prossimo numero presenteremo, invece, la prospettiva del Sen. Valditara, referente del PDL circa le politiche universitarie. Coglieremo l’occasione per chiedergli quali saranno gli effetti della nuova proposta di legge che riformerà la governance e non solo degli atenei italiani.

1]Di che cosa ha bisogno l’Università Italiana? Qual è il suo attuale stato di salute?

1a)
Di tre cose basilari, per cominciare: Autonomia, Programma Valutazione.

L’Autonomia c’è, almeno sulla carta. I Programmi devono essere criticati e aggiornati con un continuo confronto con tutti, ma si possono fare. Delle tre cose, di gran lunga la più importante è la Valutazione. Per favore, FACCIAMO PARTIRE SUBITO L’ ANVUR!!!, che è pronta. E’ un segnale politico importantissimo, soprattutto se abbiamo il coraggio di dare un carattere incisivo ai suoi pareri.

Oltre a queste tre cose, l’Università ha bisogno di sentire la fiducia della politica. Per essere chiari: i professori devono sentire che il loro capo, il Ministro, è il “primo professore d’Italia”, ed è lì per difenderli e battersi per loro. OVVIO che per farlo deve criticare e punire, anche duramente, quelli che fanno tutte le porcate che conosciamo. Ma, in media, gli altri non sono così e proprio non gli piace che vengano mosse critiche superficiali e generalizzate.
Insomma, solo dalla fiducia reciproca con la politica può nascere una nuova Università.

Paradossalmente, ho lasciato per ultimo, tra i bisogni dell’Università, i soldi. La situazione italiana è sotto gli occhi di tutti. Non mi faccio illusioni: non verranno più fondi all’Università da un governo che sembra solo attento al populismo immediato e sembra non avere visione lunga.

1b)
Lo stato di salute è sorprendentemente buono, considerati gli investimenti

ridicoli fatti dal Paese (negli anni, non solo adesso con Tremonti, e per di più da un Paese che si illude di stare nel G8..).
Il nostro rapporto produttività/costi è meglio di molti altri, e non solo perché è piccolo il denominatore. Del resto, se i nostri cervelli vengono presi all’estero una ragione c’è. (Ripetiamo che per ogni dottore di ricerca che se ne va il Paese ha buttato via mezzo milione di euro…)

2]La reputazione dell’università è recentemente molto discussa: ripetuti casi di nepotismo, tracolli finanziari, gestioni insostenibili sono state citate spesso nell’ultimo anno dai media. Quanto c’è di vero? Come si può valutare efficacemente il “merito” di ciascun ateneo?

2)
E’ tutto vero, anzi, sicuramente di più. E allora? Questa, signori, è l’Italia…

Senza tirare in ballo un paragone con la classe politica, o quella industriale o quella (meno nota) dei “grands commis d’Etat”, direi che la classe universitaria è nella media di un paese giovane, culturalmente e politicamente immaturo come la Repubblica Italiana. Ma, come si dice in questi casi, non bisogna buttare il bambino con l’acqua sporca: ci sono tantissimi professori bravi (qualcuno bravissimo) e onesti.

Ancora una volta, la risposta è LA VALUTAZIONE. Su questa non c’è molto da inventare: come si valuta il “merito” di una Università (o di un professore) lo sanno tutti. Se no, basta studiare i metodi esistenti. La valutazione va fatta, con serietà e terzietà, per far sentire il fiato sul collo a chi se lo merita (e lo sa, e li conosciamo tutti…) e poi AGIRE di conseguenza.

3]E’ importante differenziare, in termine di missione (l’insegnamento, la ricerca, il trasferimento tecnologico), ma anche di risorse disponibili, le università italiane?

3)
Domanda difficile. Ho fatto il ricercatore (nel CNR) per 20 anni e da 20 anni faccio il professore universitario: mi sento di poter dire che ricerca e insegnamento debbano andare insieme. Punto.

Non penso che sarebbe una buona idea avere università di serie A e di serie B, come inevitabilmente diventerebbe una Università che non fa ricerca. Invece, potrebbe esser una buona idea istituire (come in Inghilterra) dei posti di “Research Professor”, che lavorino spalla a spalla con gli altri. Posti dati per merito, e con la possibilità di essere sponsorizzati dall’esterno (in modi da controllare rigorosamente).
Il trasferimento tecnologico è ancora un altro caso. Si riassume dicendo “It takes two to tango”, cioè il problema non è della Università o della ricerca, è invece nell’ assenza, finora quasi totale, di interesse alla ricerca da parte della industria italiana. Se invece le cose cambiassero, dall’Università potrebbe venire un contributo importante. Ma non può essere da sola. Comunque, ancora di più no a università di serie C.

4]Perché, secondo la sua opinione, l’università italiana ha performance negative nei ranking internazionali?

4)
Nei rankings internazionali entrano anche parametri sulla attenzione per gli studenti (Collegi e quant’altro). Qui, in partenza, l’Italia è sostanzialmente nulla. Purtroppo, questa sì è una questione di soldi.

Per il resto, ancora una volta, la strada è quella di costringere le singole università a stare sul mercato e a primeggiare cercando la eccellenza, soprattutto attraverso una competizione sul reclutamento dei professori.
Un corollario importante è la paga che si offre oggi in Italia, uguale sempre per tutti, premi Nobel o baroni da strapazzo. Si tratta di un resto del regime di istruzione pubblica centralizzata che l’Italia ha dovuto darsi (da monarchia, a fascismo a prima repubblica) per cercare di diventare uno stato moderno. Ora basta, c’è l’Europa.

L’altro ovvio corollario è il famoso valore legale del titolo di studio. NON E’ COLPA DELL’UNIVERSITA’ se esiste, però. E’ la struttura della macchina pubblica italiana che ancora la richiede. E’ lì che va stroncato.

Quindi, sì, i rankings sono rappresentativi di un sistema in difficoltà perché ci costringono a paragonarci con quelli che l’Università la fanno oggi per domani, mentre noi continuiamo a farla come era ieri.