Lo Stato dell’informazione

Autore: 
LorenzoSeritti

Quando si leggono i giornali italiani, si ha spesso la piacevole impressione di sostenere il buon andamento di svariati settori della nostra economia in una fase così delicata: l’industria cartaria, la silvicoltura, la silvio-cultura le municipalizzate che tirano su la monnezza differenziata, le tipografie, i giornalisti esibizionisti, quelli lottizzati, quelli liberi pensatori, quelli silurati e quelli disoccupati, senza contare i sindacati (prima o poi li quoteranno in Borsa). Un giornale nazionale a larga tiratura contiene più carta di un pioppo. 80 pagine più allegati. Fascicolo salute, fascicolo lavoro, fascicolo Salone di Francoforte. La prima uscita in regalo della storia dell’astronomia secondo Topo Gigio. Inserto Uomo. Inserto Donna. Inserto Giovani. Inserto Milano. Inserto Cultura. Speciale MiTo. Speciale Università. Il primo volume della storia d’Italia secondo Montanelli rivista da Biagi, illustrata da Forattini e colorata da mio cugino Giulio. Leggere questa mole di carta è un investimento di tempo significativo, considerato che andrebbe fatto ogni giorno. Vale davvero la pena? L’informazione su internet sembrerebbe facilitare il processo di raccolta e fruizione di informazioni sintetiche e utili. Si accede alla posta elettronica e intanto si legge di tornado e maremoti in una riga o si vedono foto di attrici in lingerie che fanno dichiarazioni forti o di ballerini che analizzano i più delicati scenari internazionali, purché a petto nudo. Il rischio overflow, tuttavia, è praticamente una certezza: diventa dunque necessario affidarsi a un ente che raccolga, ordini e classifichi le informazioni a tempo pieno per noi, al costo di un euro al giorno suppergiù. Le informazioni sono raccolte e prioritizzate dagli information-provider (agenzie di stampa, redazioni di giornali, periodici, tv, radio, portali internet, free press, redazione di Poliversa e quant’altro) secondo svariati criteri. Buon senso. Opinione politica. Necessità di aumentare la tiratura. Attenzione al (o indulgenza verso il) gusto del pubblico. Autoreferenzialità. Casualità. Per sfuggire a questa confusione molti preferiscono rivolgersi alla fonte oggettiva (per quanto possibile) delle informazioni, le agenzie di stampa: Reuters, Bloomberg, FrancePress, Ansa. Ma nel leggere quello che succede in giro, si ha la sgradevole sensazione di leggere una raccolta di telegrammi più che di epigrammi, e alla lunga si finisce con l’aver voglia di commenti non di notizie, cioè di conoscenza non di informazione. In particolare, si ha voglia di qualcuno che metta su questa conoscenza per noi, visto che si ha sempre meno tempo (o voglia) sufficiente per farci delle nostre opinioni. I più si rifugiano nei telegiornali nazionali (o nell’informazione radio, che ne è, in qualche modo, un surrogato), molto spesso incapace di sostenere la concorrenza di molti e molto più professionali colleghi anglosassoni (vedi BBC). Chiunque, invece, abbia voglia non solo di fruire delle informazioni ma anche di rimaneggiarle a sua volta, ritorna alle testate cartacee (o agli approfondimenti televisivi), che provano e talvolta riescono a rielaborare gli scarni comunicati d’agenzia per svilupparli in più complesse forme, facilitando (o pilotando) la nostra assimilazione e riadattamento. Ma si può parlare davvero di conoscenza riferendoci a un articolo o servizio, diciamo così, “d’opinione”? Un editoriale di Giavazzi o una recensione di Mereghetti sul Corriere? I reportage della Gabanelli su Raitre? Le informative senza fonte dell’avventuriero Feltri? Le invettive antiberlusconiane di D’Avanzo e Franco sulla Repubblica? La D’Addario da Santoro? Le crociate dell’elefantino Giuliano Ferrara per una società laica sì ma più consapevole (vedi battaglia contro l’aborto) sul suo Foglio? Perché impiegare il proprio prezioso e limitato tempo a leggere di contingenze e opinioni che cambieranno nel corso degli anni se non dei giorni quando ancora ci resta da leggere La Repubblica (di Platone, non di De Benedetti), il Don Quixote de la Mancha, la Teoria della Relatività Ristretta o il Guerin Sportivo 1990-1991? La voglia di conoscere il proprio tempo, di esserne partecipe, di aiutarne l’evoluzione (o degenerazione, se preferite) è forse non innata nell’uomo, ma quantomeno costruttivamente indotta dalla nostra Volontà. “Il presente ha sempre ragione” faceva dire al suo Principe Niccolò Machiavelli: la ricerca della conoscenza così come il decision-making e l’azione pura non possono prescindere lo studio del passato, ma devono necessariamente passare per l’analisi del presente. Ed è proprio per questo che l’uomo-sociale si è sempre impegnato (fin dagli albori della civiltà, passando per gli Annales Romani, per il primo giornale stampato a Venezia diversi secoli fa, fino alla nascita dei giornali radio, tv e on-line) e, ci auguriamo, si continuerà a impegnare in un continuo, difficoltoso ma ammirevole streben verso la consapevolezza delle cose che succedono, oggi, qui e nel resto del mondo.