La Carta dei Diritti e dei Doveri degli Studenti: un nuovo strumento, fatto di principi e visioni condivise dell’università, a disposizione degli studenti. Intervista a Mauro Brivio, Presidente del Consiglio degli Studenti.
1) Il Politecnico è stato sicuramente un pioniere nella proposizione di un documento del genere: come è nata la Carta? Qual è, a tuo parere, la sua portata ed il suo ruolo all’interno della nostra università?Sarà uno stimolo per le altre università italiane affinchè si muovano nella stessa direzione?
Al termine dello scorso mandato, il CNSU ha licenziato il testo dello Statuto dei diritti e doveri degli studenti universitari. Qui al Politecnico La Terna Sinistrorsa è stata la prima a riconoscere l’importanza che questo strumento avrebbe potuto assumere, e ha fatto della sua adozione un punto del programma elettorale, trovando poi una sponda necessaria nei rappresentanti di Svolta Studenti.
L’intuizione comune è stata quella di riformare il testo per innovarlo con contenuti che ci appartenessero e che fossero risolutivi per alcuni problemi che ogni giorno si pongono agli studenti del nostro Ateneo.
Frutto di un anno di lavoro nel corso del quale ci siamo confrontati con le istituzioni di governo del Politecnico in un’incessante opera di mediazione, è la Carta dei diritti e doveri degli studenti del Politecnico di Milano.
Il nostro Ateneo non è stato il primo ad adottare la Carta, ma è stato il primo a farla propria in seguito ad una importante riforma del testo condotta dagli studenti.
Tuttavia ho l’impressione che questo strumento sia sottovalutato, dagli studenti e da molti rappresentanti, forse perché i suoi contenuti per il nostro Ateneo in effetti non hanno una portata rivoluzionaria: molti dei principi descritti dalla carta erano già vivi al Politecnico; la riforma del testo operata dai rappresentanti tuttavia ha consolidato alcune recenti conquiste, come la pubblicazione della valutazione sulla didattica, e ne ha ottenute di nuove, ad esempio il calendario degli appelli per ogni facoltà.
Il destino della Carta e la sua potenza dipendono da noi: dipende dall’utilizzo che ne faremo in futuro: essa potrà essere dimenticata, finendo per essere prima o poi cancellata, o potrà essere riempita del suo senso fondativo, e arricchita e impugnata per fare avanzare le istanze studentesche. Certamente essa dovrà essere conosciuta da tutti gli studenti, i quali dovranno far valere, con gli strumenti che la Carta predispone, i principi sanciti.
Sono scettico sul fatto che qualcuno, tra gli altri istituti universitari, possa seguire il nostro esempio: questo risultato è stato favorito da un processo di maturazione del rapporto tra le rappresentanze studentesche e le istituzioni dell’Ateneo che ha richiesto alcuni anni, e che oggi sta dando i suoi frutti. Da quello che ho potuto vedere, la maggior parte delle altre istituzioni universitarie non hanno ancora intrapreso un percorso simile, ed intrattengono con i propri rappresentanti degli studenti un rapporto ancora saldamente burocratico e spesso sterile.
2) In più punti viene citato il “merito”, come strumento di valutazione di docenti e studenti, e l’ “eccellenza”, come obiettivo comune da raggiungere: come si colloca il Politecnico, da questo punto di vista, all’interno della discussione che, a tal proposito, si svolge in questo momento nel nostro Paese? I risultati della valutazione dei docenti sono veramente resi pubblici? (art. 25)
Con la delibera nota come Progetto Merito il Politecnico ha anticipato la discussione seguita alle vicende della 133 ed alla riforma della governance: ha poi avuto buon gioco nell’esibire le proprie virtù, chiedendo una più decisa promozione del merito nelle politiche del governo verso gli atenei.
Personalmente non amo abusare della parola “meritocrazia”, perché non credo di capire fino in fondo il significato che le è attribuito oggi nel senso comune.
Provo a spiegarmi meglio: quando ci ammaliamo, o quando vogliamo costruire una casa, non vorremmo forse che a curarci fosse il miglior medico, e che a progettare fosse il più bravo architetto? Questo perché riconosciamo che in una qualsiasi società vi sono ruoli di responsabilità che incidono sulla vita di tutti, e se chi ricopre questi ruoli lavora con capacità, intelligenza ed onestà, tutti ne avranno beneficio. Trovo che questa sia un’idea profondamente naturale; per questo mi riesce difficile immaginare “politiche per la promozione del merito”, perché credo che in sostanza la promozione del merito non debba essere vista come una politica autonoma e originale, elaborata per rispondere a necessità inedite: credo sia profondamente connaturata negli uomini, i quali tuttavia dimenticano che il mancato rispetto di questo principio può avvantaggiare il singolo nell’immediato, penalizzando però noi tutti in prospettiva.
Penso che il problema del’assenza di meritocrazia si risolva sostanzialmente in una questione di onestà: chi, nel scegliere una persona cui attribuire una responsabilità collettiva, si fa guidare da ragioni che nulla hanno a che vedere con la qualità e la capacità della persona stessa, è un disonesto. E chi lo fa in un’amministrazione pubblica, è un criminale.
In questo paese siamo abituati pensare ad un privato efficiente, produttivo ed innovatore, e ad una amministrazione pubblica corrotta, inefficiente e dissipatrice di risorse. Io credo che questo sentire comune dovrebbe essere capovolto, e l’amministrazione pubblica
Rispetto a questo particolare aspetto la Carta funziona un po’ come la nostra Costituzione: fissa una serie di principi ed un orizzonte cui tendere, ma richiede e richiederà ancora molto lavoro per costruire quel sistema che essa descrive. Questo vale per la pubblicazione della valutazione della didattica come per tanti altri aspetti.
3) Stage e internazionalizzazione: citati nella Carta, rappresentano l’aspetto certamente più innovativo dell’università post-decreto 590. Il Polimi è all’avanguardia, ha ottimi rapporti con le aziende e buona risonanza internazionale, eppure in molte facoltà lo stage sembra un mostro strano…
Gli stage rappresentano un’opportunità straordinaria per gli studenti, che hanno la possibilità di conoscere e farsi conoscere nel mondo del lavoro. Sono anche un’occasione per l’Ateneo, che in questo modo può fare apprezzare i propri studenti, dando prova della validità del nostro sistema formativo.
Detto questo però non credo che l’università debba essere professionalizzante, e guardo sempre con sospetto a chi sostiene che molti insegnamenti della nostra università siano perfettamente inutili per le competenze che il mondo del lavoro richiede, e che sarebbe più opportuno impartire insegnamenti più coerenti con quanto si fa negli studi e nelle aziende.
E’ certo però che stage e tirocini in Italia e all’estero sono strumenti il cui utilizzo deve essere incoraggiato in tutte le facoltà, le quali presentano tra loro alcuni squilibri circa la diffusione di questo genere di esperienze che si devono diffondere massimamente tra gli studenti, anche per garantire loro una maggiore consapevolezza rispetto al proprio percorso di studi, alle proprie prospettive e vocazioni.
4) il numero di studenti stranieri nella nostra università è piuttosto esiguo, come mai?
In realtà il numero di studenti stranieri nei nostri corsi di laurea è passato da meno dell’1% di 8 anni fa a circa il 12%. Per l’internazionalizzazione si è spinto molto sui corsi di laurea magistrale, e questo ha avuto un effetto traino sulle lauree triennali.
Questo sforzo di internazionalizzazione è stato sostenuto lavorando sull’immagine ed il prestigio del Politecnico all’estero, istituendo un buon numero di borse di studio per importare studenti stranieri, e naturalmente facendo progredire l’Ateneo nella crescita della qualità nella didattica, nella ricerca a nei servizi.
Questi ultimi anni di crisi economica e di tagli ci hanno imposto di limitare soprattutto la politica delle borse, che ad un certo punto però non ha più motivo di sussistere, in quanto si spera che gli studenti stranieri (quelli bravi) comincino a preferire e ad esprime l’opzione per il Politecnico di Milano per le sue qualità proprie, piuttosto che per la convenienza di una borsa.
Oggi il bacino naturale per il Poli deve essere l’Europa, e dovremmo porci come obiettivo percentuali non solo di studenti, ma anche di ricercatori e docenti stranieri ben più elevate. Per far questo tuttavia è necessario che il Politecnico rifletta a fondo sulla propria “ragione sociale”, e che decida quale ruolo intende svolgere nella società italiana.
5) La Carta dei diritti e doveri degli studenti è un documento che pone l’accento su quello che è il cuore pulsante dell’università, ovvero la comunità degli studenti: a livello istituzionale la voce degli studenti è adeguatamente ascoltata?
Non credo di sbagliare se dico che come studenti stiamo vivendo un’epoca d’oro della rappresentanza in merito ai rapporti con le istituzioni: non credo vi sia mai stata una collaborazione così stretta, costante e qualitativamente apprezzabile tra i rappresentanti e gli organi di governo dell’Ateneo. Particolarmente positivi sono i lavori condotti con gli organi centrali: buona parte di questo risultato si deve alla brillante intuizione dei rappresentanti dello scorso mandato e del Direttore Amministrativo, che hanno dato vita a numerosi tavoli di lavoro tematici, poi riassunti nella Commissione Permanente Studenti, un tavolo permanente, appunto, e paritetico tra i rappresentanti degli studenti negli organi centrali e l’Amministrazione.
In effetti negli ultimi due anni abbiamo assistito ad un significativo sviluppo dei servizi, e come rappresentanti abbiamo investito molto in quella commissione.
Nei consigli di facoltà invece la situazione è più difficile, per ragioni diverse. Tale difficoltà ha fatto sì che le istanze degli studenti in quegli organi siano avanzate con una certa fatica.
In ogni caso le dinamiche che oggi regolano i rapporti tra rappresentanti degli studenti e amministrazione, che ho contribuito a costruire, sono il risultato che personalmente mi dà maggiore soddisfazione, in quanto pur non rappresentando una conquista in sé, sono fruttuose per la crescita e la soluzione dei problemi di oggi e lo saranno per quelli del futuro.
Paradossalmente questa condizione ideale nei rapporti con le istituzioni è stata raggiunta proprio quando la rappresentanza per altri versi va incontro al suo autunno nello stesso rapporto che la legittima: quello con gli studenti, coi quali fatica enormemente a comunicare, e dai quali fatica talvolta a farsi capire. Soprattutto la rappresentanza fatica a coinvolgerli, non solo nelle elezioni studentesche, ma nelle attività di tutto l’anno.
Non conosco le ragioni profonde di questa situazione: immagino siano da ricercarsi tanto negli errori strategici della rappresentanza quanto nel generale disinteresse che gli studenti nutrono per essa, forse stimando erroneamente che la loro sorte non sia in alcun modo legata alle vicende di quella.
A questo proposito però non posso fare altro che aggiungere all’impegno di tutti i giorni per invertire questa tendenza, la speranza che venga presto la primavera.