DESIGN. Una parola oramai sulla bocca di tutti, che forse proprio per questo sta drammaticamente assumendo, nel gergo comune, un valore riduttivo perché considerata solo nell’accezione di styling. Invece il Design, quello con la D maiuscola, è decisamente altro dal semplice stile. Per capire meglio le dinamiche che ruotano attorno al Design, nonchè il significato e le sfaccettature, è opportuno interrogarsi sul passato, il presente e il futuro dello stesso in compagnia del prof Alberto Seassaro, Preside della Facoltà del Design del PoliMi, una delle migliori realtà di divulgazione di questa materia in Italia. Ci avvicineremo anche alla complessità del fare didattica per il Design: non si può insegnare a progettare, ma si insegna un metodo progettuale; non si può pensare che il Design si studi, perché il Design si può soltanto imparare!
x - E' vero che la didattica del design è profondamente diversa sia da quella delle ingegnerie che da quella delle architetture?
La formazione Universitaria di Design che ha, al di fuori dell’Italia, una storia di ben più lunga tradizione è da sempre connotata da una forte contaminazione tra la teoria e la pratica. Ed è proprio questo il suo tratto distintivo e ne costituisce il presupposto pedagogico: alla tradizionale sequenza che vede la teoria precedere la pratica, si sostituisce un processo in parallelo che vede affiancate queste due modalità di apprendimento e trasferimento di conoscenza.
La teoria trasmette dei saperi, la pratica trasmette metodi, modi, strumenti mentali e fattuali, competenze ovvero capacità di finalizzare il sapere ad un obiettivo specifico all’interno di contesti vincolati.
In questo senso la didattica di design è altamente interattiva, presuppone un rapporto stretto tra docente/studente; le pratiche di laboratorio si configurano come azioni di sperimentazione e di ricerca continua dove sia i docenti sia gli studenti sono impegnati a trovare soluzioni progettuali sul campo. Le modalità didattiche sono quindi assai distanti da quelle tipiche della lezione ex cathedra e richiedono anche il supporto di laboratori strumentali.
x - Perché insegnare Design all'interno di un Politecnico?
Le matrici costitutive del design sono differenti. Non c’è dubbio tuttavia che, almeno in Italia, la genesi principale delle scuole di design si è avuta o a ridosso dell’esperienza artistica o – e si tratta della maggior parte dei casi – entro il contesto culturale costituito dalle Facoltà di Architettura. Non è un caso che i maestri del design italiano siano, di formazione, architetti.
All’interno del Politecnico, la possibilità di affiancare al sapere progettuale delle Facoltà di Architettura, quella ampia pluralità di competenze offerte dal mondo dell’ingegneria costituisce una condizione felice che consente di conferire al design una connotazione molto particolare, che lavora in particolare sulla dimensione tecnica e tecnologica – politecnica appunto.
x - I recenti scenari normativi, relativi alla qualità delle università, che impatto avranno su una realtà come la nostra?
La speranza, confesso, è che questi scenari possano non essere così drastici e che alcune indicazioni ministeriali possano essere “addolcite”. Altrimenti per la nostra realtà sarebbe un duro colpo.
In primo luogo perché, come tutte le realtà formative che hanno storia recente, il nostro corpo docente sta crescendo numericamente ma è ancora distante dal garantire quei requisiti di docenza che il ministero propone. Questo vale per la nostra Scuola come per tutte le altre realtà del design in Italia. Le Scuole private, che non vengono toccate dai medesimi provvedimenti dell’Università pubblica, non aspettano altro!
La normativa poi pone dei vincoli rigidi anche all’utilizzo di docenti a contratto. La nostra Facoltà ha invece sempre favorito una didattica accademica, accanto ad una didattica più orientata alla pratica del progetto così come viene svolto nel mondo professionale. Abbiamo per esempio alcuni momenti didattici come gli work shop di progetto durante i quali viene sospesa tutta l’attività ordinaria e gli studenti affrontano un momento immersivo di progetto entrando in contatto con aziende, studi professionali, designer.
Una attività massacrante che dura per una settimana, giorno e notte, ma che ha un impatto formativo importante e che in genere è molto apprezzata dai nostri studenti. Questo è solo un esempio di come i docenti a contratto portino all’interno dell’università, la vivacità, i problemi, le esperienze che si stanno affrontando nel mondo professionale. Il nuovo quadro normativo contingenterà queste esperienze in modo sostanziale.
Ed ancora. Nella didattica del design è fondamentale l’apporto multidisciplinare che fa convergere attorno ad un tema di progetto più competenze tra loro dialoganti. Anche questo modo di concepire la didattica (un docente progettista con attorno alcuni docenti portatori di competenze specifiche e funzionali al progetto) rischia di non essere più praticabile. Insomma un modello formativo che dovrà essere totalmente rivisitato se non vuole perdere le connotazioni che lo hanno alimentato fin’ora.
x - Che rapporto c'è tra università e il contesto esterno ad essa?
E’ un rapporto ambivalente. Quando siamo nati abbiamo lavorato molto sulla dimensione del contesto territoriale, sui suoi bisogni, sulle caratteristiche delle realtà produttive ed anche sulle opportunità. Tutte le realtà del design in italia sono nate da questa forte attenzione alle vocazioni territoriali e la definizione dei profili formativi e il conseguente progetto didattico sono stati costruiti in modo aderente alle realtà produttive locali. Questo processo è stato molto positivo. Ne è dimostrazione l’alto numero di laureati che a pochi mesi dalla laurea (ma molti anche prima della laurea) entra nel mondo del lavoro. Molto importante in questo senso è stata anche la volontà, sin dalla nascita del Corso, di porre obbligatoriamente a conclusione della carriera scolastica dello studente l’attività di stage presso aziende o studi professionali. Più della metà di queste esperienze si trasformano in un rapporto di lavoro, non necessariamente a tempo indeterminato, però il tirocinio è senz’altro una bella occasione per i nostri studenti ed anche una occasione di rapporto tra università e sistema produttivo e professionale perché è proprio attraverso i nostri tirocinanti che spesso vengono portate alla facoltà richieste di contatto e di collaborazione, a volte nella forma di concorsi di idee.
Dicevo però ambivalente perché non c’è dubbio che la Facoltà, che ha come missione la formazione, vive questi rapporti sempre con grande timore che alla fine non subentrino forme di sfruttamento improprie dell’attività didattica.
C’è anche la consapevolezza che molto ancora deve essere fatto per legare maggiormente la nostra realtà al sistema culturale del design. Sistema difficile perché ha lunga storia e radici consolidate e perché è molto attivo, soprattutto qui a Milano, e richiede dunque molte energie perché si possano aprire rapporti non sporadici.
x - Qual è l'andamento delle richieste di immatricolazione anno dopo anno?
In Italia i primi corsi di Laurea in Disegno industriale risalgono al 1993.
L’offerta formativa, ora presente in molte Università del nostro Paese, è cresciuta negli anni contribuendo ad esplicitare una domanda fino a quel momento implicita di figure professionali, di competenze, di ruoli coperti da altre figure, in parte formate nei corsi di Architettura, in parte nei corsi di Marketing e Economia, in parte nei corsi di Medicina e Psicologia (gli ergonomi per esempio), in parte nei corsi di Ingegneria in parte nella miriade di scuole para-universitarie di grafica, comunicazione, fotografia, modellazione e infine, in larghissima parte, nelle scuole private alimentate da una domanda che non trovava risposta in altro luogo di formazione.
L’offerta formativa ha dunque, da subito, incontrato e contribuito ad alimentare una domanda via via crescente che è stata in questi anni superiore di 2 ed anche di 3 volte ai numeri d’accesso fissati dalle sedi segno dunque di un vasto interesse per questa disciplina e per questo mondo professionale. Insomma, nonostante la crisi, o forse proprio per questo, i ragazzi continuano a subire il fascino di questa professione.
x - Questa realtà, fatta di numeri in costante crescita, continuerà ad avere un futuro negli scenari del ddl Gelmini?
Il dubbio più consistente, credo, è legato al fatto che si vorrebbe innalzare, attraverso la norma, la qualità dei sistemi universitari, senza tuttavia provare ad entrare nel merito delle profonde differenze che connotano le diverse realtà formative. Proprio per questa sorta di astrazione su cui appoggiano gli intenti del ministro, la ricerca della qualità rischia di dar luogo ad effetti contraddittori.
Alcuni di questi sono già in atto: corsi con moltissime richieste di ingresso ma che non hanno un numero sufficiente di docenti, o sono costretti a chiudere o, pur di restare in vita, vengono “colonizzati” dai docenti di quelle aree nelle quali c’è un esubero di docenza, snaturandone di fatto i contenuti.
Contemporaneamente le Scuole Private, che non essendo sottoposte alle medesime norme di verifica di qualità a cui è sottoposto il sistema pubblico, diventano il luogo ideale di “sfogo” di una domanda elevata che non incontra adeguata capacità di risposta formativa nel pubblico. Ed anzi, il paradosso sarà che il sistema universitario sottoposto ai requisiti di qualità si vedrà costretto a ridimensionare fortemente la propria offerta e, viceversa, le strutture private che non hanno simili vincoli prolifereranno (già attualmente siamo di fronte alla nascita pressoché quotidiana di improbabili istituti di Design senza alcun accreditamento oltre a fantomatiche università telematiche di design).