Meritocrazia

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Meritocrazia: un recente convegno fornisce interessanti spunti per una riflessione sul tema

Sono trascorsi circa un paio di mesi da quando ho avuto il piacere di assistere, assieme ad alcuni amici di Svolta Studenti, ad un incontro, organizzato dall’ASP Alumni (l’associazione degli ex studenti dell’Alta Scuola Politecnica) e ospitato dal Politecnico di Torino, avente come tema la “Meritocrazia, talento e risorse ad alto potenziale”. Tra i relatori intervenuti durante il convegno, due in particolare hanno suscitato l’interesse degli spettatori, me compreso. Il primo è Roger Abravanel, ingegnere laureatosi al Politecnico di Milano e poi per anni consulente di grandi società d’affari, invitato per discutere, soprattutto, di un suo libro di successo ( “ Meritocrazia”, che invito tutti a leggere). Abravanel ha ricordato l’origine del termine meritocrazia, coniato da Michael Young con la celebre “ equazione del merito”: I + E = M , dove I sta per intelligenza e la E sta per effort, cioè lo sforzo, l’impegno. L’Autore ha poi spiegato come sia possibile misurare il merito, nelle università come nelle grandi imprese, e soprattutto, e qui voglio richiamare l’attenzione, su cosa sia “ veramente” la meritocrazia. Uno studente che era tra il pubblico, interrogato in proposito da Abravanel, ha risposto un po’ ingenuamente “ dare di più a chi fa di più”. L’ingegnere diventato consulente ha scosso la testa. Sì, perché, prima di tutto, meritocrazia significa pari opportunità, mobilità sociale e l’attacco ai privilegi della nascita ed al nepotismo ( un vero e proprio simbolo, in questo senso, è dato dalle tasse di successione, la estate tax introdotta da Roosevelt nel 1916). La “chiave di volta”, per la creazione di una società meritocratica, sostiene Abravanel, sta nell’eccellenza dei sistemi educativi, che devono selezionare e promuovere i migliori, che poi saranno lanciati nel mondo del lavoro e ne avranno un giusto ritorno in termini di reddito. Questa è la strada per un welfare state meritocratico, per un servizio pubblico meritocratico, e così via. Il Merito è, in ultima analisi, uno strumento per le pari opportunità, attraverso il quale gli handicap della nascita sono azzerati, offrendo a tutti la possibilità di differenziarsi durante il loro percorso di vita in funzione del loro talento e, soprattutto, in funzione dei loro efforts. Certo, la meritocrazia fa paura. Perché? Poiché obbliga l’individuo ad assumersi responsabilità al massimo, lo costringe a rinunciare a comode raccomandazioni e a basarsi soltanto sui propri sforzi. Questo, ha sostenuto Abravanel, va fatto principalmente nelle università italiane, di cui l’ingegnere ha impietosamente (ma giustamente) tracciato un quadro fallimentare, soprattutto se paragonate agli altri grandi centri di studio presenti nel mondo. Il Politecnico, ha riconosciuto Abravanel, si difende, e resta, in Italia, un polo di assoluta eccellenza. Tuttavia, ancora ciò non basta. È necessario fare di più e fare meglio, per riportare il Politecnico a quello che era una volta (cioè, che ci crediate o no, nella top five delle università scientifiche di tutto il mondo). In questa direzione va, e Abravanel l’ha riconosciuto, l’ASP, una neonata istituzione che promuove il merito, seleziona e sprona i più meritevoli fra i futuri ingegneri. Ma anche qui nessuno si illuda di “ essere arrivati”; il cammino per la ricostruzione dell’eccellenza nelle università italiane, devastate da decenni di sciagurati “ 18 politici”, è solo all’inizio. L’altro relatore, che al termine del suo intervento è stato investito da un’autentica ovazione, è il giudice Barbuto, presidente del Tribunale di Torino, salito agli onori delle cronache per aver radicalmente ridotto i termini di durata dei processi pendenti sotto la propria giurisdizione. Il risultato ottenuto da Barbuto è straordinario e subito viene spontaneo chiedersi: ma come c’è riuscito? Niente di fantascientifico. Il giudice ha spiegato al pubblico che si è semplicemente rimboccato le maniche, ha razionalizzato e organizzato il lavoro del Tribunale, ha “ strigliato” e reso responsabili i suoi colleghi verso il loro impegno istituzionale, soprattutto quelli più giovani, e ha trasmesso loro passione per il lavoro. Chi scrive queste righe è studente di giurisprudenza; ebbene, il nostro sistema giudiziario, completamente al collasso, avrebbe bisogno di centinaia di uomini come Barbuto (al quale va tutta la mia stima), persona eccezionale e soprattutto, nel suo campo, meritocratica, in quanto responsabilizzata sul proprio merito. Nel concludere, non dobbiamo dimenticare che la “ rivoluzione del merito” deve partire proprio da noi studenti. Non possiamo aspettare che sia qualcun altro a farci “ piovere dal cielo” una società meritocratica: siamo noi che dobbiamo erigerla dalle fondamenta e, per fare ciò, dobbiamo essere coraggiosamente e onestamente meritocratici, prima che con chiunque altro, con noi stessi.

Filippo Ferri